Per concludere in bellezza

e per iniziare alla grande!

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ARRIVEDERCI A SETTEMBRE!

Si è conclusa con una merenda al parco del Valentino l’avventura estiva di assaiASAI sul tema della memoria. I CIBI CHE PARLANO DI NOI erano tanti e tanti eravamo noi. L’estate ci ha dato la possibilità di conoscerci meglio. Abbiamo aperto nuove finestre su noi stessi e sul nostro modo di stare insieme. La voglia di continuare a raccontare è tanta: ci rivedremo a settembre e cominceremo a pensare al nuovo spettacolo. Ricominceremo a inventare, scrivere e provare. Ci metteremo passione e impegno.
Un ricordo, il più prezioso dell’estate, va a Fosca, la mamma di Patricio che proprio in questi giorni ci ha detto addio.
Ci stringiamo attorno al nostro Patricio.
Ti vogliamo bene.

Dentro e Fuori

Martedì 17 luglio ci siamo dedicati al mondo del carcere, ascoltando le voci dei detenuti attraverso il blog Dentro e Fuori (www.dentroefuori.org). Per una presentazione del progetto, potete vedere questo video:

Abbiamo commentato alcuni dei post, mandando all’associazione Il Contesto che cura il progetto e con cui siamo in contatto, questa presentazione del nostro progetto.

Siamo un gruppo di adolescenti, giovani e meno giovani, che da un paio d’anni si ritrova ogni settimana presso l’Asai di San Salvario. L’Asai è un’associazione di “animazione interculturale”, che propone attività di ogni tipo per le persone che hanno voglia di frequentarle. Si va dal sostegno nei compiti, all’animazione per bambini e adolescenti, a corsi sportivi, di danza, rap, fumetto e chitarra, a corsi di lingua italiana e di conversazione. Le attività di Asai, iniziate in San Salvario negli anni 90, si sono estese nel tempo anche ai quartieri di Porta Palazzo, di San Donato e di Barriera di Milano. Durante l’estate i corsi annuali si trasformano in laboratori, che si svolgono sotto ad un tendone all’inizio del Parco del Valentino. I ragazzi della compagnia teatrale integrata assaiASAI proseguono il loro percorso nel mondo del teatro e della scrittura con un laboratorio estivo che si tiene ogni martedì pomeriggio. La compagnia è ricca di volti e storie differenti: dal colore di pelle alla sensibilità personale: siamo tutti diversi. Grazie alla guida di Paola Cereda, cerchiamo di sentirci tutti a casa quando siamo insieme. Per l’estate, noi giovani della compagnia guidiamo gli adolescenti in una serie di appuntamenti sul tema della memoria. Nei nostri incontri ci siamo occupati di allenare la memoria, visitare il “museo della memoria”, ossia la casa del componente più datato della nostra compagnia, abbiamo costruito una linea del tempo con i ricordi “sociali” di ciascuno di noi, abbiamo parlato di memoria spezzata e infine anche di voi, cari scrittori di Dentro & Fuori.

Abbiamo scelto alcuni dei vostri post e li abbiamo commentati insieme, lasciandoci coinvolgere dai vostri racconti e dalle vostre riflessioni. Per la maggior parte di noi si è trattato del primo incontro, anche se virtuale, con il mondo del carcere. É stato bello poter ascoltare le vostre voci e provare, con fatica, a dire qualcosa a proposito dei vostri pensieri. Ci abbiamo provato, rispondendo ai post di Alfredo, Ad Sidera, AgSa, Fiore e Liana.

Per Liana:

Cara Liana, sono contento che non parli di tristezza, ma parli del futuro. Spero che tu esca al più presto e, senza dimenticare, possa costruire una nuova vita, senza commettere gli errori di prima. Patricio.

Per Ad Sidera:

Era un giorno che pioveva, mi sono messo davanti alla tv e ci sono rimasto tutto il giorno. Sono stato male, il giorno dopo, anche se pioveva ancora, sono uscito. Ripensandoci, anche quel giorno mi è servito, perché ho capito che quello che ho fatto non era giusto. Isma.
Sei sicuro che ci siano giorni che non lasciano traccia? Secondo me basta cercarle. Questa mattina avrai visto un tuo compagno che, se ci pensi bene, ti ha lasciato qualcosa. Alessandro.

Ti sbagli perché ogni cosa che succede nella vita siamo noi a deciderla. Se hai perso qualcosa nel passato e vuoi averla nel presente basta un gesto per riaverla. Isma.

Non c’è più nel presente ma ci sarà altro nel futuro. Alessandro.

Per Fiore:

é dura fare i conti con il tempo, con le nostre esperienze e con il futuro. Usciti dall’adolescenza capiamo che volere non è potere. Anche se desiderare qualcosa è necessario e indispensabile per raggiungerlo, non sempre è possibile che i nostri desideri si realizzino come avevamo sperato. A volte bisogna solo lasciar correre il tempo, altre volte bisogna darsi un calcio nel sedere e sforzarsi di indirizzarlo, dare senso a ciò che facciamo, soprattutto se vogliamo cambiare qualcosa della nostra vita. Laura.

Per AgSa:

Io non ho esperienza della sensazione di mancanza verso il padre di cui tu ci racconti, per cui mi viene difficile scriverti qualcosa. Grazie però per aver condiviso con noi questi tuoi pensieri: leggerli mi ha aiutata a superare un po’ i pregiudizi che ho verso i detenuti. Tornerò sul blog per leggere ancora! Alina.

Per Alfredo:

Abbiamo letto con attenzione il tuo post, ce lo siamo persino immaginato in teatro. Un piccolo monologo agrodolce su un quotidiano normalissimo eppure atipico.

Abbiamo pensato a tre tipi di sorriso: il sorriso reale, quello ricordato e quello desiderato. Di certo tu, Alfredo, mentre scrivevi ricordavi e desideravi sorrisi. Un sorriso di certo lo hai regalato tu a noi.

Sono passati 6 anni dal tuo post, chissà se sei tornato a sorridere alla donna che ti vuole bene.  Chissà se stiri ancora, ma in un altro posto. Chissà se qualcuno stira per te.

Ti immaginiamo impegnato e sorridente. Ciao! Jasmine e Paola

Accanto a Srebrenica

Confesso che, leggendo i vostri racconti di martedì scorso, mi è spiaciuto non esserci.

Questo invece è il mio racconto di un pezzetto del mio viaggio in Bosnia.

 

Srebrenica, 11 luglio 2012.

Questo è il giorno dell’anniversario, della commemorazione. Arrivano da tutta la Bosnia per essere presenti, ricordare, condividere la memoria di quel buio doloroso.

Sono passati 17 anni dal giorno del massacro di 8.372 uomini, adulti e ragazzi, compiuto da militari e da paramilitari che rispondevano agli ordini di Ratko Mladic.

Quali colpe per essere uccisi, quali responsabilità per le uccisioni? Di colpa lasciamo parlare altri, mentre di responsabilità, in questa vicenda, ce ne sono troppe.

Srebrenica è una cittadina alla fine di una valle, in Bosnia, quasi al confine con la Serbia. Per arrivarci da Sarajevo ci vanno circa 2 ore e mezza. Mezz’ora in più la distanza da Belgrado.

Durante la guerra nei Balcani (1991-1995), nel villaggio di Srebrenica si spostarono circa 40 mila persone, in qualche modo vicini alla religione musulmana. Tutto intorno, Serbi. Tecnicamente, un assedio durato tre anni. In una casa dove prima stava una sola famiglia durante l’assedio vivevano decine di persone. Senza cibo, senza sali minerali, in condizioni igieniche pessime, senza potersene andare.

Le Nazioni Unite, sotto la pressione della popolazione, nel 1993 dichiarano la zona “United Nations Safe Area”, zona protetta.

La situazione di fatto non cambia; arrivano alcuni aiuti umanitari, ma le testimonianze sul comportamento dei contingenti Onu sul posto sono agghiaccianti. La storia è raccontata con precisione in “La Guerra in Casa”, del torinese Luca Rastello, e nello spettacolo della marchigiana Roberta Biagiarelli “Souvenir Srebrenica”.

L’equilibrio statico si incrina e di botto la situazione cambia nell’estate del 1995.

Tra l’8 e l’11 luglio le forze serbe entrano in città, anche a bordo di carri armati delle Nazioni Unite.

La popolazione si trova di fronte a una scelta: cercare di scappare per i boschi, in direzione di Tuzla (un centinaio di chilometri a nord, una città che durante la guerra si è rifiutata di scendere a patti con le logiche di divisione e di odio tra vicini di casa ed è rimasta indenne dal conflitto) oppure cercare rifugio presso l’ex fabbrica di Potocari, dove erano di stanza le truppe Onu.

In molti scelgono di spostarsi a Potocari. Ma nemmeno là sono al sicuro. Gli uomini e le donne vengono divisi e caricati su autobus. Gli uomini e i ragazzi sopra i 13 anni vengono trucidati. Alcuni gruppi paramilitari, tra cui gli Skorpions (la cui vicenda e processo sono raccontati da Jasmina Tesanovic in “Processo agli Scorpioni”), filmano le esecuzioni.

Le vittime sono più di 8 mila.

I corpi sono seppelliti in fosse comuni, e in un secondo tempo spostati con ruspe in altri luoghi. Per questo motivo il riconoscimento delle vittime non è ancora terminato.

Ogni anno, l’11 luglio, si seppelliscono i corpi riconosciuti nell’anno precedente.

Quest’anno sono stati sepolti 520 corpi. Le bare sono avvolte in stoffa verde, colore simbolo dell’Islam. A vederle, ordinate, con un numero bianco sul fondo, vedi che sono strette. Perché i corpi, ormai, sono leggeri; immagini che dentro ci sia poco.

Fin dal primo mattino la strada che da Bratunac porta a Potocari e poi a Srebrenica è affollata. La commemorazione porta con sé un apparato di mendicanti, parcheggi abusivi, tavolini di cibo e di bevande.

Il caldo è insostenibile, e all’interno del Memoriale la gran parte delle persone si siede sotto i pochi alberi presenti. Questo fa sì che, nonostante le decine di migliaia di persone presenti, chi ha da piangere un morto trovi comunque un’intimità vicino alla sua lapide bianca. È un funerale, ma politico, di ricordo e commemorazione.

Gli altoparlanti trasmettono Sure del Corano. La maggior parte delle donne ha il capo velato, ma spesso ha gli occhi truccati o abiti sensuali.

Alcune persone piangono disperatamente, le telecamere le riprendono. Non sono tanti, quelli che piangono.

Dopo 17 anni, secondo me le lacrime le hai finite.

Laura

LA MEMORIA SPEZZATA: IL NOSTRO ANNO ZERO

Patricio e Marco!

10 Luglio. Quarto incontro. Persone nuove si aggregano al nostro laboratorio! Un benvenuto a Jasmine, Miriam e Alessio!

Oggi sotto il tendone di Asai c’è notevole movimento.

Noi parliamo di MEMORIA SPEZZATA.

La storia di Roma comincia nel 753 a.C. e nel 476 d.C. crolla il grande impero. È la storia di Roma, è la Storia. Ma a un certo punto si è verificato un episodio talmente importante che ha spezzato la sua storia e la Storia intera dell’uomo. Correva l’anno zero. C’è una storia avanti Cristo e una storia dopo Cristo.

Nella nostra esperienza un episodio molto significativo ci porta a dividere la nostra vita in a.C. e d.C., ma qual è il nostro ANNO ZERO? Qual è questo momento che spezza la nostra storia, la nostra memoria? Un fatto così travolgente da avermi cambiato profondamente, da segnare una linea di demarcazione tra un prima e un dopo, che io non posso ignorare. Qual è il mio natale? La nascita di una novità importante, la mia rinascita a una persona nuova?

Può essere doloroso rispondere a questa domanda. Cercare una risposta può voler dire rispolverare brutti ricordi, far riemergere sofferenze, traumi, abbandoni. Non tutti se la sentono di condividere con il gruppo questa fatica.

Abdel è forte e ci racconta un po’ della sua storia. Nel 2007 ha solo 13 anni, ma sogna già da uomo coraggioso. In Egitto non vuole stare, parte per la Libia. Dalla Libia, l’Italia. In Mare, a 13 anni, lasciando dietro di sé casa, avendo davanti a sé l’ignoto, solo. Ci parla proprio di “una vita nuova”, completamente diversa. Lingua da imparare, posti da scoprire, relazioni da costruire, speranze da coltivare.

Anche Best  e Patricio ci raccontano di un viaggio. Uno comincia in Nigeria, l’altro in Ecuador. È sempre doloroso lasciare la propria casa, i propri affetti. Ma le nostre storie sono a lieto fine:  Best si è poi riunito con la famiglia, Patricio, invece, ne ha trovata una nuova. E gli piace tanto! Ricorda la solitudine dei suoi primi 4 anni, il viaggio di 18 ore che l’ha portato fino in Italia, il piacere di trovare due genitori con la voglia di amarlo.

Miriam ci parla di un vuoto che sente dentro dopo una forte delusione. Il tradimento da parte di amici di cui si fidava è un dolore molto forte, per lei è l’anno zero. Per Jasmine, invece, è stata la rottura con suo fratello. Ormai non si parlano neanche più.

Paola ci racconta una storia che ha dell’incredibile: ha 15 anni, deve essere operata alle tonsille, operazione abbastanza banale, in ospedale ci va da sola. Qualcosa però va storto. Paola, bella già allora, si gonfia in una maniera inverosimile, doppio enfisema. Si risveglia in sala operatoria con tutti i medici attorno che cercano di toglierle l’aria dal collo con le punture di cento siringhe. Per settimane Paola vive senza potersi guardare, immaginandosi mostruosa, gonfia come un palloncino. Paola ha avuto paura. Ci sono voluti anni per poter superare il trauma.

Ma come cantava Fabrizio De Andrè “gioia e dolore hanno il confine incerto”. Isma nel 2007 viene in Italia e si separa dalla sorella che rimane in Marocco. L’addio è triste, lei piange. Ma Isma ha scoperto proprio con la separazione l’amore di sua sorella. Ora conserva gelosamente nel suo cuore il ricordo di quelle lacrime.

Non per tutti “l’anno zero” è segnato da un evento triste. Marco lo fa coincidere con il suo primo amore, a 17 anni. È da quel momento che ha cominciato a prendere consapevolezza di sé.  “Consapevolezza” è una parola che ricorre spesso nel nostro pomeriggio insieme: la memoria spezzata sembra coincidere con l’acquisizione di senso.

Annalisa nel 1987 ritrova sua mamma, con lei una nuova famiglia, un nuovo paese, una nuova vita. Era partita per la Colombia da piccolissima, per stare con la nonna. Tornare in Italia ha significato non solo riabbracciare la madre, ma anche avere finalmente un padre e una sorellina.

Per la Zia l’immagine è molto efficace: un muro separa due giardini, quello della sua famiglia e quello del vicino che, oltre ad avere l’erba più verde, è vivace e frequentato da molti bambini. Nell’estate del 1954 si verifica il suo natale. Scavalca il muro e guadagna la libertà. Il giardino del vicino, gioioso e vivo rappresentava per lui libertà che, finalmente, era riuscito a conquistare!

I trasferimenti di Simona, prima dalla Sicilia alla Toscana, poi a Torino, segnano un passaggio che non è solo di residenza. Ha abbandonato il mondo dell’infanzia, della fantasia e spensieratezza, per entrare nell’età della maturità, consapevole della complessità della realtà.

Il nostro Gianni ci racconta dell’emozione fortissima provata il giorno del suo esame di maturità. Giugno 2007. È stato un momento di grande importanza! Tante persone adulte ad ascoltarlo per conoscere il suo lavoro. Agitazione, paura e tanta soddisfazione!

Ci stiamo conoscendo sempre di più, mostrando agli altri parti di noi che solitamente teniamo nascoste. Questo che stiamo facendo non è teatro, ma è qualcosa di veramente bello. Durante l’anno, tra una prova e l’altra, non abbiamo mai troppo tempo per raccontarci di noi. L’estate è un tempo morbido: ci serve per rinsaldare i legami. E siamo sicuri che spogliarci di alcune cose ci aiuterà anche sul palcoscenico. Vinte ormai timidezze e pudori, sapremo essere sciolti, liberi e coraggiosi come ci vuole la nostra Paola!

Alla prossima!

Gianni al lavoro!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Articolo scritto da Marco.

Incontro a cura di Annalisa, Patricio e Alina.

 

DA INDIVIDUI A ESSERI SOCIALI: IL NOSTRO VIAGGIO NEL TEMPO

Eccoci al terzo appuntamento del laboratorio teatrale e questa volta il  Parco del Valentino si trasforma come per magia in una macchina del tempo attraverso la quale iniziamo a  viaggiare indietro negli  anni, fino ad arrivare al nostro primo, primissimo, ricordo. Il più antico tra quelli custoditi negli invisibili cassetti della nostra memoria.

Viaggiamo su due linee del tempo, simbolicamente tracciate sul pavimento; La prima è la linea sui cui ognuno di noi posizionerà il primo ricordo personale, l’altra è la linea dei nostri ricordi sociali. Quel ricordo che per la prima volta ci ha catapultato oltre il luogo delle nostre esperienze individuali, quel ricordo che per la prima volta ci ha fatto sentire parte di quell’ universo più grande, chiamato Società.

Oggi è martedì 3 luglio 2012, ma all’ improvviso, ci ritroviamo nel negozio della mamma di Cristina, in Sardegna, in un caldo pomeriggio del 1989. La nostra Cri ha tre anni e canticchia “Stasera mi butto”. Anche il primo ricordo che riaffiora nella memoria di Simona è legato a “Sole, cuore e amore” del 2011. Simona ha cinque anni, è in Sicilia.

Bianca ricorda il 1994. Ha tre anni e le è appena arrivata una sorellina che, all’inizio, tenta addirittura di “eliminare”, per fortuna senza successo!

Ikram non ricorda esattamente lanno, “ma sono sicura che vicino a me c’era mia sorella, siamo su un aereo, probabilmente diretto verso il Marocco per le vacanze estive”.

Gianni apre il suo portafoglio ed estrae una polaroid! Ve la ricordate? Una di quelle foto che come per magia venivano sputate fuori dalla macchina fotografica subito dopo averle scattate! E questo scatto deve risalire a molti anni fa, durante una passeggiata con i nonni.

Paola ricorda suo nonno che di mestiere faceva il cavallante e che morì nel 1977. Con la zia, viaggiamo indietro di molti anni, fino ad arrivare all’ anno 1944.  La zia ha vissuto anche la seconda guerra mondiale e che proprio a causa della guerra era stato costretto ad abbandonare la sua casa. “Eravamo sfollati a causa dei bombardamenti, ricordo che avevo tre anni e mia madre mi aveva accidentalmente rovesciato dell’acqua bollente sul sedere spostando una pentola, o forse no, ero stato io a colpire la pentola colma d’ acqua mentre correvo, non ricordo con esattezza come è andata, ma ricordo bene  ciò che è successo dopo!”. Per evitare il rischio di cancrena gli pulirono la ferita con un coltello, “perché allora in Italia non esistevano gli antibiotici.

Il primo ricordo di Alina ci sposta nel 1992, in Moldavia. “Avevo più o meno sei anni, frequentavo la scuola elementare e me lo ricordo molto bene quel giorno!”. Ci racconta che durante la pausa pranzo si nascose in classe e prese i quaderni di tutti i suoi compagni, scrisse su ognuno di loro un voto che andava da uno a dieci e poi li rimise sui banchi. Ora capiamo perché se lo ricorda così bene, il giorno successivo i suoi genitori dovettero comprare un quaderno nuovo a tutti i compagni!

Termina il nostro viaggio attraverso i ricordi personali ma ci spostiamo subito sulla seconda linea del tempo lungo la quale rivivremo i NOSTRI PRIMI RICORDI SOCIALI: questi ricordi ci proiettano oltre la sfera privata della nostra famiglia, dentro storie di altri che diventano anche nostre, attraverso un senso di appartenenza che  per la prima volta prende vita dentro di noi e ci catapulta in un universo molto più grande che racchiude l’intera umanità.

Cristina viaggia indietro nel tempo e arriva all’ anno 1997, anno in cui morirono Lady Diana, la principessa triste, e Maria Teresa di Calcutta, quella suora così minuta eppure tanto forte. “I telegiornali non facevano altro che parlare di loro e  trasmettevano in continuazione immagini della loro vita e in questo modo erano entrate nella vita di tutti”.

Ci rendiamo conto che il nostro primo ricordo sociale è strettamente connesso con la rivoluzione mediatica che ha profondamente trasformato il mondo dell’informazione e della comunicazione a partire dagli anni ’80.

Paola ricorda il tragico incidente di Vermicino che nel 1981 coinvolse il piccolo Alfredino Rampi. Alfredino aveva la sua stessa età quando cadde in quel pozzo artesiano in cui, dopo tre giorni di falliti tentativi di salvataggio, perse la vita. Certamente quella diretta televisa “non stop” lunga diciotto ore che trasformò la tragedia in un terribile spettacolo mediatico incise profondamente sul primo ricordo sociale di Paola e sulla vita di milioni di persone che rimasero davanti al televisore per seguirne lo svolgimento.

Patricio, appassionato di sport, ci racconta della morte di Ayrton Senna, avvenuta nel Gran Premio di San Marino. Posiziona una piccola coppa sulla linea del tempo e scrive 1994.

Laura avanza sulla nostra linea del tempo e si posiziona sull’ anno 1995 e ricorda il giorno in cui il suo professore delle scuole medie le spiega la nuova geografia dell’ Europa. In quell’ anno si era conclusa la guerra dei Balcani, quella terribile serie di conflitti armati che causò la dissoluzione della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia. Ricordiamo così gli stati che una volta erano Jugoslavia e che oggi sono Slovenia, Croazia, Bosnia, Erzegovina, Serbia, Montenegro e Kosovo.

Continuiamo a viaggiare fino ad arrivare alll’ 11 settembre 2001. Una data importante, che ha segnato la memoria di ognuno di noi ma che per molti rappresenta il primo ricordo nel cassetto della memoria sociale. Gli attacchi terroristici dell’ 11 settembre causarono circa 3000 vittime, nell’attacco alla torri gemelle morirono 2,752 persone, tra queste 343 vigili del fuoco e 60 poliziotti. La maggior parte delle vittime erano civili di 70 diverse nazionalità.

Nicola, il nostro ufficialissimo fotografo, torna indietro fino all’ anno 1978. E’ l’ anno in cui il presidente dell’allora Democrazia Cristiana Italiana, l’On. Aldo Moro, venne rapito a Roma dalle Brigate Rosse. Durante tutta la durata del sequestro, durato 55 giorni, i media, l’opinione pubblica italiana, europea e mondiale seguirono col fiato sospeso quel tragico evento. Con vari ultimatum, pena la vita di Aldo Moro, le Brigate Rosse chiesero un riconoscimento politico del loro partito e la liberazione dei loro compagni sotto processo a Torino. Trascorsero 53 giorni, vennero mobilitati i politici di ogni Paese, lo stesso Papa Paolo VI, addirittura Cosa Nostra, ma invano. Il 9 maggio del 1978, Aldo Moro venne ucciso dalle Brigate Rosse. Nicola ricorda la paura che si impadroniva della sua quotidianità, si ricorda la preoccupazione dei “grandi” e nomina gli anni di piombo. Molti di noi li hanno studiati sui libri di storia, quegli anni in cui in Italia ti chiudevi in casa “perché  fuori dilagava la violenza di piazza, la lotta armata e il terrorismo”.

Nicola ricorda anche i mondiali di calcio che lo stesso anno ebbero luogo in Argentina, che permisero al mondo di avvicinare la tragica vicenda di 300.000 desaparecidos sterminati dal Governo dei Colonnelli.

Durante il nostro viaggio attraverso i primi ricordi sociali, ci rendiamo conto di come la nostra consapevolezza sociale scaturisca nella maggior parte dei casi da eventi profondamente drammatici che, a prescindere dai luoghi e dalle culture, muove in noi un senso di appartenenza che ci porta incredibilmente vicinii.

Bianca posiziona il suo primo ricordo sociale nell’anno 2001. Genova , la città in cui vive il nonno di Bianca, quell’ anno è la sede del G8, un forum annuale di discussione e cooperazione istituito dai principali Paesi industrializzati del mondo. Durante questo incontro i movimenti no-global e le associazioni pacifiste diedero vita a manifestazioni di dissenso a cui seguirono gravi tumulti di piazza con scontri tra forze dell’ ordine e manifestanti dove, durante uno di questi, trovò la morte il manifestante Carlo Giuliani. Bianca ricorda l’arrivo improvviso del nonno a Torino, che a causa degli scontri era dovuto scappare dalla sua città.

Ikram cammina sulla linea del tempo mentre ci spiega che quel  senso di appartenenza  ad  una Società che “improvvisamente allarga i confini del tuo nucleo personale” si è sviluppato in lei nel momento stesso in cui ha iniziato a partecipare attivamente alla vita della Società, con un ruolo attivo nelle proteste studentesche.

Solo il ricordo della zia sembra esulare dalla violenza e dalla tragedia, forse perché torniamo indietro nel tempo fino al 1960 e siamo ancora distanti dalla rivoluzione mediatica che trasformerà il mondo dell’informazione. In ogni modo la zia riesce ancora a lasciarsi a bocca aperta mentre ci racconta che il suo primo ricordo sociale risale alla cerimonia di chiusura delle Olimpiadi! E il nostro Alessandro non le ha viste in televisione le Olimpiadi, no, lui alle Olimpiadi ha partecipato insieme alla squadra di scherma italiana!  “Ed è lì che per la prima volta mi sono sentito cittadino del mondo”.

La nostra macchina del tempo si ferma  ed eccoci di nuovo riuniti allo stesso tavolo, siamo tornati al 3 luglio del 2012. Ma alle nostre spalle rimangono due lunghe linee del tempo segnate da tanti ricordi.

A martedì prossimo!

Articolo scritto da Annalisa.

Incontro a cura di Bianca, Cristina e Annalisa.

A spasso per il mondo, attraverso i ricordi. Visita al Museo della Memoria

Tu pensi di andare al Valentino per incontrare le persone che conosci da un paio d’anni, con cui hai fatto due spettacoli di teatro, di cui sai quali sono i caratteri e di cui inizi a saper prevedere i comportamenti. Al Valentino, pensi di andare. Povero illuso! Ti ritrovi in Colombia, poi nella palestra della scuola elementare, poi nell’aula magna dell’Università, e ancora in Argentina, in Nigeria e a Hiroshima. Ad aprire la valigia dei ricordi è questo quello che accade: viaggi per il mondo, attraverso il tempo, attraverso le storie di chi è seduto sulla tua stessa panca e di chi questi compagni hanno incontrato. 

 

Siamo arrivati all’appuntamento settimanale del laboratorio Asai sulla memoria di martedì 26 giugno con un compito: “porta un oggetto a cui sei affezionato”.

Best ha portato una collana africana con un crocifisso: l’ha appena ricevuta in regalo da sua zia, di ritorno dalla Nigeria; la desiderava da tempo, perché “è una collana tipica, che hanno molti africani qui e volevo averla anch’io”. In un rosario al collo, il segno dell’appartenenza a un gruppo, alla comunità dei Nigeriani a Torino.

Annalisa ha portato uno scrigno di cartone, da bambina, con dentro un carillon e una ballerina che danza. E’ un regalo da parte di sua mamma, l’ha ricevuto quando si sono separate: una in Colombia, l’altra in Italia. Il segno di un legame inscindibile, che supera la distanza geografica e il tempo che passa.

Marco ci mostra una statuetta di un Oscar: è il regalo che gli fece sua zia in occasione della prima recita scolastica. Segno del destino, pensiamo noi…

In una minuscola scatoletta di legno ci sono tutti i dentini da latte che sono caduti a Patricio. Era già in Italia, quando hanno iniziato a cadere. “Piano piano, uno alla volta, li ho cambiati tutti. Perché si cresce così, piano piano e senza poterci fare molto”.

Quando tocca alla Zia, la nostra Raffaella Carrà, la nostra ex-portinaia Benedetta, conosciuta dai più come Alessandro, restiamo con il fiato sospeso.

Ci ha portato fotografie di Hiroshima, e la lettera di un bambino giapponese. Ancora non sappiamo quanto Ale abbia viaggiato, ma sappiamo già che ha un legame particolare con il Giappone: uno dei suoi figli è sposato con una donna giapponese, e vivono là con la nipotina. Sentire il racconto su Hiroshima ci impressiona: la storia, più o meno, tutti la sappiamo. Ma si sa che il cervello e il corpo hanno l’abitudine di digerire il male, dimenticarlo, metterlo in invisibili cassetti sparsi tra le curve del labirinto grigio e lasciare lì le storie.

Ale ci racconta che Hiroshima ora è un grande museo della pace. “Già, non della guerra, ma della pace”. Ovunque ci sono origami di gru, simbolo di lunga vita, in ricordo di una bambina sopravvissuta al bombardamento atomico ma ammalatasi poi di leucemia. Ce ne sono migliaia al Monumento dei Bambini della Bomba.

Le scolaresche preparano, oltre agli origami colorati, anche lettere per i visitatori che incontreranno: la lettera che Ale ci ha portato è una di queste, scritta da un bambino in visita e destinata a una “kind person”, a una persona gentile. Il bambino ha scritto anche il suo indirizzo. Da uno scambio casuale potrebbe nascere un’amicizia di penna duratura.

 

Ma oggi è giorno di gita: dopo i nostri racconti ci mettiamo in marcia e raggiungiamo quello che abbiamo chiamato il Museo della Memoria. Sul campanello c’è scritto Ing. Nobili. Già, è casa di Ale.

Una decina di ragazzi e giovani in ascolto di un signore in pensione che non ha mai smesso di mettersi in gioco e in viaggio.

Ci mostra casa sua: le foto appese (e tutti rimaniamo impressionati dalla bellezza di sua moglie), gli oggetti acquistati durante i suoi viaggi (ad esempio uno scrigno indiano che conteneva le spezie), le fotografie scattate in giro per il mondo. Ale ha lavorato per la Fiat in America del Sud e in India. Quanto ha viaggiato la nostra zia! Con quante persone diverse ha parlato nel corso della sua vita! Quanti paesaggi e quanti suoni diversi ha sentito a zonzo per il globo. Non è difficile immaginare il suo sorriso e le sue risate, la sua spontaneità che conquista.

La scatoletta dei denti di Pat e le foto di Hiroshima

Riusciremo anche noi, più giovani di quarant’anni, ad avere una vita tanto ricca? Non lo possiamo sapere. Nel frattempo studiamo e cerchiamo di incontrare chi incrocia la nostra strada.

Ale, la zia!

A martedì prossimo!